Safe, 100 miliardi in 10 paesi: chi incassa davvero?

Safe, 100 miliardi in 10 paesi: chi incassa davvero?

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Ursula von der Leyen ha scelto il forum sull’industria della difesa di Ankara, a margine del summit Nato, per annunciare quelli che ha definito «ottimi risultati»: dieci accordi conclusi nell’ambito del programma Safe, per un valore complessivo di 100 miliardi di euro su 150 attesi. Dieci paesi, cento miliardi, dieci miliardi a testa — in media. Ma l’Italia, come noto, non è nella media.

A Roma è stato chiesto dalla UE di contribuire con 15 miliardi tramite il Safe, ma Giorgia Meloni ne ha promesso ancora di più a Trump entro il prossimo bienio: ben 17 miliardi. In tutto, si parla di cifre che superano abbondantemente il budget annuale di interi ministeri.

Il racconto ufficiale: posti di lavoro e sovranità industriale

Von der Leyen ha confezionato l’annuncio con la consueta retorica dell’investimento produttivo: «Con il denaro dei contribuenti vogliamo un ritorno sull’investimento. Vogliamo posti di lavoro di qualità in Europa, vogliamo che la ricerca e lo sviluppo avvengano in Europa.» Il programma, ha spiegato, è aperto anche a partner extra-UE, ma con un vincolo preciso: il 65% dei componenti deve provenire da fornitori europei. Il restante 35% può arrivare dall’esterno — il che significa, tra l’altro, che una quota non marginale dei soldi pubblici europei potrebbe finire fuori dal continente (e Lockheed si è già preparata).

Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha aggiunto la sua parte, invocando una «rivoluzione industriale nella difesa transatlantica» e ricordando che la Russia ha ormai convertito l’intera economia al sostegno bellico. «Il ronzio dei macchinari deve trasformarsi in un ruggito», ha detto.

Retoricamente efficace. Ma vale la pena fermarsi un momento a fare i conti.

I numeri che nessuno vuole mettere in fila

Diciassette miliardi di euro. È la cifra che l’Italia si è impegnata a destinare alla difesa nell’ambito di questo quadro. I sostenitori della scelta parlano di ricadute occupazionali: qualche decina di migliaia di posti di lavoro nell’industria degli armamenti. Diciamo 30mila, diciamo anche 50mila ad essere generosi.

Ma proviamo a immaginare cosa si potrebbe fare con 17 miliardi in un paese che ha liste d’attesa sanitarie di anni, ospedali fatiscenti, scuole che cadono a pezzi, autostrade che franano e reti idriche che perdono il 40% dell’acqua prima che arrivi ai rubinetti.

Con 17 miliardi si costruiscono e si ammodernano ospedali, si assumono migliaia di medici, infermieri, tecnici. Si rifanno le reti idriche di interi bacini regionali. Si costruiscono scuole, si elettrificano ferrovie locali, si riqualificano borghi abbandonati. E in ognuno di questi cantieri — e nelle strutture che ne derivano — lavorano persone. Molte più di quelle che puoi stipare in una linea di produzione missilistica.

Non è solo una questione di posti di lavoro. È una questione di che tipo di paese vogliamo essere.

Chi stacca i dividendi

C’è un’altra domanda che non si fa quasi mai, nei comunicati trionfali di Ankara: a chi vanno questi soldi, concretamente?

In Italia, il principale attore dell’industria della difesa è Leonardo S.p.A., già Finmeccanica, partecipata al 30,204% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze — cioè dallo Stato, cioè da noi. Il resto del capitale è sul mercato: Leonardo stessa segnala che circa il 90% del flottante istituzionale è detenuto da fondi esteri. Non parliamo quindi soltanto di industria nazionale in senso stretto, ma di una grande società quotata, con una forte presenza di capitale finanziario internazionale: fondi, investitori istituzionali e grandi gestori globali che raccolgono capitali in tutto il mondo e distribuiscono dividendi agli azionisti. I soci di Leonardo, insomma, non sono gli operai di Pomigliano.

Poi ci sono le aziende dell’indotto e i partner internazionali che operano sul territorio italiano: Rheinmetall (tedesca, quotata a Francoforte), che ha aperto una joint venture con Leonardo per la produzione di veicoli blindati; MBDA, consorzio missilistico partecipato da Leonardo stessa insieme a Airbus e BAE Systems (britannica); Fincantieri, controllata statale che produce navi militari, anch’essa con azionisti privati. E poi c’è tutta la filiera di subfornitori, molti dei quali legati a gruppi finanziari internazionali.

Il punto non è che queste aziende siano illegittime. Il punto è che i 17 miliardi promessi non restano sul territorio come uno stipendio da infermiere o un appalto per rifare un acquedotto. Una parte consistente torna sotto forma di dividendi a chi ha già molto, in Italia e soprattutto fuori dall’Italia.

L’argomento che manca nel comunicato di Von der Leyen

Von der Leyen ha detto che i soldi dei contribuenti devono «generare un ritorno sull’investimento». Parole giuste, in teoria. Ma il ritorno per quale contribuente? Quello che aspetta un anno per una visita specialistica, o quello che siede nel consiglio d’amministrazione di un fondo di investimento?

Il programma Rearm Europe mobilita, secondo le dichiarazioni della stessa Commissione, fino a 800 miliardi entro il 2030. È una cifra che non ha precedenti nella storia dell’integrazione europea. Non c’è mai stato un piano Marshall da 800 miliardi per la sanità, per la scuola, per l’ambiente, per l’acqua.

Per le industrie belliche, i soldi si trovano sempre. E i dividendi anche. Ma la storia ci insegna che non va mai a finire bene.

Tuttavia, siccome non si vedono proteste di nessun tipo, si vede che alla gente sta bene così. Del resto, “la gente” si accorge delle cose sempre dopo. Quando è tardi.

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