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  • Vittorio Sgarbi ricoverato al Gemelli in gravi condizioni, è in terapia intensiva

    Vittorio Sgarbi ricoverato al Gemelli in gravi condizioni, è in terapia intensiva

    Vittorio Sgarbi è ricoverato in terapia intensiva al Policlinico Gemelli di Roma. La notizia è circolata in tarda serata e nella notte si è diffusa rapidamente. L’ospedale ha confermato il ricovero, senza spiegarne i motivi. Il critico d’arte ed ex sottosegretario alla Cultura, 74 anni, sarebbe in gravi condizioni.

    Cosa si sa del ricovero di Sgarbi al Gemelli

    Le informazioni certe sono poche. Il Gemelli conferma che Sgarbi è ricoverato. A quanto si apprende, si trova nel reparto di terapia intensiva. Le cause cliniche non sono state comunicate. La famiglia, per ora, non ha diffuso comunicati ufficiali.

    L’ospedale ha precisato che eventuali dettagli saranno resi pubblici solo con il consenso del paziente o quando il quadro clinico lo permetterà.

    Il precedente: la depressione e il ricovero del 2025

    Sgarbi era già stato ricoverato al Gemelli nella primavera del 2025. Rimase in ospedale per circa un mese a causa di una grave forma di depressione. La malattia lo aveva portato all’isolamento, a una forte perdita di peso e al rifiuto del cibo.

    Dopo le dimissioni, Sgarbi ha parlato pubblicamente della propria condizione e ha ripreso gradualmente le apparizioni televisive. A maggio del 2025 aveva pubblicato sui social una foto con la compagna Sabrina Colle e aveva raccontato in un’intervista di «stare molto meglio», aggiungendo: «Cerco di muovermi e di tenere attivo il mio corpo».

    Quest’anno le uscite pubbliche sono state sporadiche. Lo scorso febbraio è comparso alla Certosa di Ferrara accanto a Sabrina Colle, visibilmente debilitato e con il passo incerto. L’8 maggio ha festeggiato il compleanno a Venezia. Lo ha ricevuto a Ca’ Giustinian, sede della Biennale, il presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco. Il 3 luglio si è visto a un appuntamento della Milanesiana, la rassegna culturale organizzata dalla sorella Elisabetta.

    La richiesta della figlia: un amministratore di sostegno

    Negli ultimi mesi la sua salute è diventata anche una questione giudiziaria. La figlia Evelina ha chiesto al tribunale civile di Roma di nominare un amministratore di sostegno per il padre. È una figura prevista dalla legge per chi non riesce a curare da solo, in tutto o in parte, i propri interessi. La nomina spetta al giudice, che ne stabilisce i poteri caso per caso. Secondo l’istanza, Sgarbi non sarebbe più in grado di gestire in autonomia la propria persona e il proprio patrimonio.

    A fine agosto Evelina Sgarbi ha dichiarato pubblicamente che dalle cartelle cliniche del padre emergerebbero patologie croniche neurologiche e cardiache. Ha quindi chiesto accertamenti specialistici urgenti. Le fonti disponibili non riportano la decisione del tribunale.

    I procedimenti chiusi con un’assoluzione

    Sul fronte giudiziario, le ultime notizie erano favorevoli a Sgarbi. Circa venti giorni fa la Corte dei Conti, la magistratura che giudica i danni alle casse pubbliche, ha respinto la richiesta della Procura contabile. La Procura pretendeva da Sgarbi oltre 200mila euro di risarcimento a favore del ministero della Cultura. Al centro del caso c’erano 121 prestazioni professionali svolte mentre era sottosegretario. La vicenda aveva sollevato forti polemiche e lo aveva portato alle dimissioni. Le fonti non indicano se la Procura intenda impugnare la decisione.

    All’inizio dell’anno era arrivata un’altra assoluzione, dall’accusa di riciclaggio. Riguardava il dipinto «La cattura di San Pietro», attribuito al pittore seicentesco Rutilio Manetti.

    Chi è Vittorio Sgarbi

    Sgarbi è nato a Ferrara l’8 maggio 1952. Si è laureato in Filosofia e si è dedicato poi alla storia dell’arte. Alla carriera di studioso ha affiancato una presenza costante in televisione e in politica. È stato parlamentare, sindaco di Salemi e di San Severino Marche, assessore alla Cultura del Comune di Milano e sottosegretario al ministero della Cultura.

    Il Gemelli, finora si è limitato a confermare il ricovero.

  • Schiavi Moderni – Heather Parisi

    Schiavi Moderni – Heather Parisi

    di Heather Parisi

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    Liberi sulla carta, prigionieri nella testa

    Sapete qual è la cosa che mi ha fatto più male in tutti questi anni? Non sono le critiche, non sono le cattiverie. È stato accorgermi di quanto siamo diventati tutti quanti ubbidienti, senza che nessuno ci mettesse le manette, senza che nessuno ci chiudesse la bocca. Eppure, eccoci qua, liberi sulla carta e prigionieri nella testa.

    Qualche anno fa parlavo con una donna molto colta, laureata, brillante. Le ho chiesto cosa pensava di una certa vicenda che interessa tutti noi. Mi ha risposto con una frase che mi è rimasta dentro: «Non lo so, non ho tempo». Ecco, non è che non sapesse, è che non aveva più il tempo per sapere. Troppo rumore, troppe notifiche, troppe cose da guardare e niente da capire.

    Il telefonino non ci ha reso imbecilli, come dicono, ci ha distratti, che è peggio, perché una persona stupida si accorge di esserlo, una persona distratta no: crede di essere informata perché ha visto mille cose, ma non ha capito niente e non se ne accorge.

    Pensate come siamo diventati bravi a fare cose complicate. Guidiamo macchine che sono computer, usiamo strumenti che 30 anni fa erano fantascienza. Nel nostro lavoro siamo precisi, efficienti, competenti. Poi usciamo da lì e, davanti alle domande vere, ci perdiamo. Perché succede questo? Perché succede che in fabbrica siamo ingegneri e a casa siamo analfabeti? Perché ci hanno allenati fin dalla scuola a ubbidire, non a capire.

    La televisione non è mai stata neutrale

    E qui devo dire una cosa che mi riguarda personalmente. Io la televisione l’ho fatta, l’ho amata, l’ho vissuta, so cosa significa stare davanti a una telecamera e sapere che milioni di persone ti guardano. E vi dico una cosa che forse non vi aspettate: la televisione non è mai stata neutrale. Mai.

    Quando ti dicono che un certo comportamento è normale, che una certa bruttezza è divertente, che urlare è partecipare, che umiliare è spettacolo, non stanno solo intrattenendo, stanno costruendo il mondo, stanno decidendo cos’è giusto e cosa è ridicolo, stanno decidendo chi sei tu. E noi, davanti allo schermo, impariamo. Impariamo che va bene così, che è tutto uno show, che l’importante è non annoiarsi. Ma una popolazione che non si annoia mai è una popolazione che non pensa mai.

    La medicina, la scienza e la pandemia

    E poi c’è la medicina, e qui mi fermo un momento perché è un tasto delicato. La medicina è una cosa seria. I medici sono persone serie. La scienza è una cosa seria, ma quando la scienza smette di essere dubbio e diventa fede, allora non è più scienza, è chiesa.

    E durante la pandemia l’abbiamo visto: non erano i più ignoranti a credere senza discutere, erano i più istruiti, quelli con i pezzi di carta, quelli che avevano imparato a ubbidire alle autorità del sapere, quelli che sapevano ripetere, non quelli che sapevano pensare. E chi osava chiedere, chi osava dire «aspetta, vorrei capire meglio», veniva messo ai margini, etichettato, isolato, zittito.

    La paura e il diverso che diventa nemico

    La paura è il più antico strumento di controllo e noi l’abbiamo lasciata entrare nelle nostre case. Ci hanno spaventati e noi ci siamo chiusi. Ci hanno detto che l’unico modo per salvarci era obbedire. E noi abbiamo ubbidito.

    Ma la cosa più pericolosa non è la paura, è quello che succede dopo la paura. Succede che il diverso diventa il nemico. Succede che se non la pensi come me, allora sei contro di me. Non c’è più spazio per il dubbio, per la sfumatura, per il grigio. O sei di qua o sei di là. E allora il gruppo si protegge e, per proteggersi, espelle, isola, cancella.

    Chi dubita viene ridicolizzato non dai potenti, ma dai vicini, dagli amici, dai colleghi, dai familiari. È il controllo più subdolo che esista, perché non ha bisogno di polizia: si fa da soli, ci autocensuriamo per paura di essere esclusi. E mentre noi litighiamo tra noi, mentre ci dividiamo in tribù, mentre ci scanniamo sui social, chi decide davvero? Chi decide davvero se ne sta zitto, osserva, sorride.

    L’Italia come laboratorio sociale

    E ora lasciate che vi dica una cosa che mi sta particolarmente al cuore, perché parliamo del mondo, parliamo dell’Occidente, parliamo di sistemi globali, ma l’Italia in tutto questo merita un discorso a parte.

    Io amo questo paese, l’ho vissuto, e mi fa male, mi fa un male fisico vedere come l’Italia è stata trattata come un vero e proprio laboratorio sociale, un posto dove si sperimentano le politiche che altrove non si oserebbe nemmeno proporre, un posto dove si testano misure, si calibrano reazioni, si studia quanto una popolazione sia disposta a sopportare prima di ribellarsi. E la risposta, fino ad ora è stata tantissimo. In Italia l’informazione è totalmente asservita alle logiche di sistema. Non c’è più una voce fuori dal coro, non c’è più un giornale che osi davvero, non c’è più una trasmissione che non sia allineata.

    In Italia non esiste opposizione, fateci caso, non c’è. Ci sono partiti che si alternano al governo, questo sì, ma opposizione vera, quella che difende gli interessi dei cittadini contro i poteri forti, quella non c’è più. È scomparsa, inghiottita. In Italia gli interessi economici controllano pressoché la totalità delle attività: l’informazione, la cultura, lo spettacolo, l’editoria, la sanità, la scuola. Tutto è in mano a pochi e quei pochi non hanno alcun interesse a che le cose cambino.

    La questione vaccinale e gli italiani come cavie

    E poi c’è la questione vaccinale, perché in Italia, durante la pandemia, prima e ora dopo la pandemia, è praticata una propaganda vaccinale che non ha riscontro in nessun altro paese. Ve lo dico chiaramente: non esiste un altro paese al mondo in cui si insista con questa intensità, questa ossessione. Non è scienza, è marketing, è pressione, è una campagna di convincimento che non ha pari. E questo dovrebbe farci riflettere, perché se l’Italia è il laboratorio, allora gli italiani sono le cavie, e le cavie di solito non scelgono, subiscono.

    Se gli italiani non iniziano a ribellarsi a questo trattamento da società schiava per gli esperimenti sociali dei poteri forti, sarà spacciata. Non lo dico per drammatizzare, lo dico perché è così. Una nazione che non reagisce, che non si organizza, che non alza la testa, è una nazione che ha già perso. E non tra 100 anni: adesso.

    Come si esce: testa, tempo, legami, azione

    Allora mi chiedo: come si esce? Non lo so, non ho la ricetta, ma so da dove si comincia. Si comincia dalla testa, dal tornare a pensare con la propria testa, dal non aver paura di dire «Non sono d’accordo», dal non vergognarsi di dire «Non lo so, voglio capire».

    Si continua con il tempo, il tempo lungo, il tempo che non si misura in secondi. Leggere un libro, ascoltare qualcuno fino alla fine, guardare un tramonto senza fotografarlo.

    Si va avanti con i legami, perché siamo soli e la solitudine è la loro arma migliore. Dobbiamo ricostruire i legami a cominciare dalla famiglia, parlare con chi la pensa diversamente, ascoltare, non avere paura dell’altro.

    E si arriva all’azione, anche piccola, anche solo nel nostro quartiere, anche solo nel nostro lavoro, ma qualcosa. Perché la rabbia che non diventa azione è solo rumore, e il rumore non cambia niente.

    Chi sta decidendo per me

    Io ho passato una vita sotto i riflettori, so cosa significa essere guardati. So cosa significa essere giudicati, ma so anche un’altra cosa. So che nessuno può decidere al posto mio cosa pensare. Nessuno: né un politico, né un medico, né un giornalista, né tantomeno un algoritmo.

    Allora vi dico questo: spegnete il telefono, alzate gli occhi, guardatevi intorno e chiedetevi chi sta decidendo per me e perché io lo sto permettendo. Non è una domanda comoda, ma è l’unica domanda che ci rende liberi.

  • La UE ora teme che gli USA non la salveranno da una guerra PROVOCATA con la Russia.

    La UE ora teme che gli USA non la salveranno da una guerra PROVOCATA con la Russia.

    Oggi il sito statunitense Naked Capitalism, diretto da Yves Smith, ha pubblicato un’analisi dal titolo che parla da solo: la parte europea della NATO teme che gli Stati Uniti non correrebbero in suo soccorso se l’Europa provocasse una guerra con la Russia. Nel mirino c’è anche l’idea dell’Unione europea di dotarsi di un’alleanza militare propria, costruita a immagine e somiglianza di quella atlantica. Il giudizio di Smith sul progetto è netto: auguri.

    La paura della NATO europea: e se Washington non arrivasse?

    Il cuore della tesi sta in un verbo: provocare. L’ipotesi non è quella di un attacco russo improvviso contro un alleato. È quella di un conflitto innescato dall’Europa, dentro un clima politico che la testata americana descrive come una “fantasia” bellica anti-russa.

    In quello scenario, le capitali europee temono che la garanzia americana si riveli meno automatica di quanto si è raccontato per decenni. È una paura che, sul piano dei fatti, ha radici precise.

    Cosa prevede davvero l’articolo 5

    L’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico è sempre stato presentato come uno scudo automatico. Il testo però dice un’altra cosa. In caso di attacco armato contro un membro, ogni alleato assiste chi è stato colpito intraprendendo l’azione che giudica necessaria, incluso l’uso della forza armata. La valutazione resta nelle mani di ciascun governo.

    Negli ultimi anni Washington ha reso questa ambiguità esplicita. Donald Trump, già in campagna elettorale nel 2024, aveva detto di non voler proteggere gli alleati che non pagano abbastanza per la difesa. Al vertice dell’Aia del giugno 2025, interpellato sulla fedeltà americana all’articolo 5, aveva risposto che ne esistono diverse definizioni.

    Da quel vertice è uscito l’impegno a portare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035: 3,5% per la difesa in senso stretto, 1,5% per infrastrutture e sicurezza collegate. La Spagna aveva ottenuto margini di flessibilità.

    Il progetto: un’alleanza militare tutta europea

    Secondo Naked Capitalism, l’Unione europea vorrebbe creare un analogo della NATO. Non è un’idea nata dal nulla.

    I trattati europei contengono già una clausola di mutua assistenza, l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea. È stata attivata una sola volta, dalla Francia, dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015.

    Sul fronte del denaro, Bruxelles ha lanciato nel 2025 il piano ReArm Europe, poi ribattezzato Readiness 2030, che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa. Una quota di 150 miliardi passa dallo strumento SAFE, prestiti comuni destinati all’acquisto di armamenti. Cifre che, in ogni caso, finiscono in larga parte nei bilanci dell’industria bellica.

    Gli ostacoli sul tavolo

    L’architettura europea della difesa, sulla carta, presenta asimmetrie evidenti. Austria, Irlanda e Malta sono paesi neutrali. Cipro fa parte dell’UE ma non della NATO. Regno Unito, Norvegia e Turchia, pesi massimi militari dell’Alleanza, sono fuori dall’Unione.

    C’è poi la questione nucleare. Dentro l’UE l’unica potenza atomica è la Francia. La deterrenza su cui l’Europa ha contato dal dopoguerra resta, nei fatti, quella americana.

    A questo si aggiungono gli arsenali assottigliati dal sostegno all’Ucraina e le divisioni tra governi su quanto spingere la contrapposizione con Mosca.

    La prospettiva di Mosca

    Il Cremlino ha ripetuto in più occasioni di non avere alcuna intenzione di attaccare paesi della NATO. Vladimir Putin ha liquidato come infondate le ricostruzioni occidentali su un’invasione russa dell’Europa, descrivendole come uno strumento per giustificare l’aumento delle spese militari.

    Dall’altra parte, i governi del fianco orientale, a partire da Polonia e Baltici, considerano la minaccia concreta. Chiedono garanzie più solide, non meno.

    La guerra che nessuno vuole combattere da solo

    Sono due i timori che si alimentano a vicenda. Il primo: che l’ombrello americano sia meno affidabile del previsto. Il secondo: che l’Europa, sentendosi scoperta, provi a fare da sola, con strumenti e compattezza che oggi non possiede.

    È in questo spazio che si inserisce la chiusura, sarcastica e senza giri di parole, che Yves Smith dedica al progetto europeo: «Come parte della sua fantasia del “combatteremo quei perfidi russi”, l’UE vuole creare un analogo della NATO. Buona fortuna».

  • Volo Dubai – Tel Aviv: ecco tutti i VIDEO girati a bordo dell’aereo. “Voleva far schiantare l’aereo al suolo. Pensavamo di morire”

    Volo Dubai – Tel Aviv: ecco tutti i VIDEO girati a bordo dell’aereo. “Voleva far schiantare l’aereo al suolo. Pensavamo di morire”

    Un Boeing 737 Max 8 della compagnia emiratina Flydubai, volo FZ1073 da Dubai a Tel Aviv, è stato costretto questa mattina a un atterraggio d’emergenza all’aeroporto di Tabuk, nel nord-ovest dell’Arabia Saudita. A bordo c’erano circa 150 passeggeri, quasi tutti israeliani. Nella cabina di pilotaggio c’è stata una violenta colluttazione tra i due piloti, con un coltello. Secondo fonti della sicurezza israeliana, il copilota ha cercato di far precipitare l’aereo. In meno di sessanta secondi il velivolo è sceso da 10mila a 4.800 metri. Alcuni passeggeri, insieme a piloti fuori servizio che viaggiavano in abiti civili, hanno bloccato l’aggressore e riportato l’aereo a terra. Tutti i passeggeri sono salvi. Israele tratta il caso come un possibile atto terroristico.

    Il video: la rotta, la picchiata, la colluttazione

    Nel video in cima al post, che ho mantato con i filmati girati a bordo, si parte dalla rotta del volo. Una ricostruzione grafica mostra il punto, a ridosso del confine giordano, in cui il Boeing perde quota all’improvviso. Seguono le immagini riprese dai passeggeri durante la picchiata, con le urla in cabina. Chiudono i racconti di chi ha assistito alla colluttazione o vi ha preso parte.

    Gli 80 minuti di terrore, minuto per minuto

    Il volo decolla da Dubai alle 7.05, ora locale. L’arrivo al Ben Gurion, l’aeroporto di Tel Aviv, è previsto per le 9.10.

    Ore 8.21. L’aereo vola verso ovest nello spazio aereo saudita. È quasi al confine con la Giordania. Comincia una discesa improvvisa, poi una breve risalita, poi un’altra perdita di quota. Nello stesso arco di tempo la velocità passa da 411 a quasi 600 nodi: da circa 760 a oltre 1.100 chilometri orari. In cabina i passeggeri gridano.

    Ore 8.28. Stando ai dati di Flightradar, il servizio che traccia i voli in tempo reale, il transponder trasmette il codice 7700. Il transponder è l’apparecchio che comunica ai radar di terra un codice di quattro cifre. Il 7700 indica un’emergenza generale.

    Ore 8.35. Compare il codice 7500. È il segnale internazionale di «interferenza illecita a bordo»: nel gergo aeronautico, un dirottamento. In Israele scatta l’allarme. L’aeronautica militare fa decollare i caccia. L’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu segue l’emergenza in diretta.

    Pochi minuti dopo il Boeing raggiunge il confine tra Arabia Saudita e Giordania, entra per poco nello spazio aereo giordano e inverte la rotta. Il codice torna 7700. L’aereo punta su Tabuk.

    Ore 9.45. L’atterraggio, in stato di massima emergenza. Le immagini scattate a terra mostrano la coda danneggiata, forse per le manovre violente in volo. Attorno al velivolo, le forze di sicurezza saudite.

    Non è ancora chiaro chi abbia inserito i codici di emergenza, né se lo abbia fatto intenzionalmente.

    Cosa è successo nella cabina di pilotaggio

    Un funzionario israeliano, sentito dall’agenzia Reuters, ha riferito di uno scontro fisico tra i due piloti. Il sito israeliano Ynet, citando fonti locali, scrive che il copilota «è cittadino dell’Oman» e ha aggredito il comandante, «accoltellandolo e cercando di far cadere l’aereo». La stessa versione compare sul Jerusalem Post.

    Ai vertici delle Forze di difesa israeliane, dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interna) e del Mossad (l’intelligence estera), la ricostruzione ritenuta più probabile è quella di un attacco mirato.

    Flydubai non conferma né l’identità dei piloti né l’accoltellamento. In una nota parla di un «incidente durante il tragitto» e sottolinea che «tutti i passeggeri sono salvi».

    Nel video si vedono comandante e primo ufficiale nel corridoio, entrambi sanguinanti. Il secondo è immobilizzato e sembra avere le mani legate dietro la schiena. Un passeggero israeliano si rivolge al comandante, ferito e quasi privo di sensi: «Hai salvato l’aereo». E poi: «Siamo stati attaccati e abbiamo protetto il pilota». Un altro indica l’uomo a terra: «Questo è l’uomo che lo ha accoltellato».

    Chi abbia portato l’aereo a Tabuk non è del tutto chiaro. Alcuni media israeliani parlano di un pilota che viaggiava come passeggero. Altre ricostruzioni riferiscono di due piloti in abiti civili intervenuti in cabina.

    I passeggeri: «Pensavamo di morire»

    Tvika Manes, amministratore delegato di un’azienda di Tel Aviv, è uno di quelli che hanno bloccato l’aggressore. «È stato traumatico», racconta. Sua moglie era vicino alla cabina di pilotaggio, in attesa della figlia che era in bagno. «Improvvisamente ha sentito delle urla provenire dall’interno della cabina. A quel punto ha avvisato un comandante in abiti civili che era seduto lì vicino. Insieme ad altre due persone siamo entrati nella cabina di pilotaggio e ci siamo avventati sull’aggressore».

    Una passeggera ha raccontato all’emittente israeliana Channel 12: «Abbiamo sentito urlare. Poi hanno aperto la cabina di pilotaggio e abbiamo visto del sangue: qualcuno aveva accoltellato il pilota. Abbiamo pregato, pensavamo che non ne saremmo usciti vivi».

    Un’altra persona a bordo: «Abbiamo capito che nessuno aveva più il controllo dell’aereo e abbiamo iniziato a precipitare molto rapidamente. È stato spaventoso».

    Reuters riporta il racconto della madre di una passeggera: la figlia avrebbe visto un uomo armato di lama costringere a terra uno dei piloti.

    In un altro video, girato pochi istanti dopo la colluttazione, un passeggero con il volto insanguinato dice: «Siamo qui durante il dirottamento di un aereo. In questo momento abbiamo fermato i terroristi, ci stiamo avvicinando all’atterraggio. Chiunque mi stia ascoltando, abbiamo bisogno di aiuto». Parla di terroristi al plurale. Finora, però, tutte le ricostruzioni indicano un solo sospettato.

    Le versioni che non tornano

    In mattinata l’ufficio di Netanyahu aveva escluso il dirottamento. Poco dopo il premier e i vertici militari hanno convocato consultazioni di sicurezza, mentre l’intelligence accreditava l’ipotesi dell’attacco. Le due cose possono stare insieme: nessun commando venuto da fuori, ma un’aggressione partita da dentro la cabina di pilotaggio. Resta che il quadro è cambiato più volte nel giro di poche ore.

    Quasi tutto ciò che si sa arriva da Israele: militari, servizi segreti, media, passeggeri. La compagnia non conferma nulla. Nelle ricostruzioni circolate finora non compaiono versioni delle autorità saudite né di quelle dell’Oman. La nazionalità del copilota e il suo ruolo poggiano, per ora, su fonti israeliane anonime. Il movente è sconosciuto. In un Medio Oriente in guerra, l’etichetta di terrorismo ha un peso politico immediato, e le prove, al momento, sono ancora da raccogliere.

    Le indagini sono condotte congiuntamente da autorità israeliane e saudite, due Paesi che non hanno relazioni diplomatiche ufficiali. I passeggeri vengono interrogati. Si scava nel passato dell’equipaggio.

    La porta blindata e il pericolo che viene da dentro

    Dopo l’11 settembre le porte delle cabine di pilotaggio sono state blindate per tenere fuori i dirottatori. Il sistema protegge i piloti da ciò che arriva dal corridoio. Contro chi è già seduto ai comandi serve a poco.

    Il precedente più noto è quello del volo Germanwings del marzo 2015: il copilota chiuse fuori il comandante e fece schiantare l’aereo sulle Alpi francesi, uccidendo tutte le 150 persone a bordo. Dopo quella strage l’EASA, l’agenzia europea per la sicurezza aerea, raccomandò di avere sempre due persone in cabina. L’anno successivo la raccomandazione fu allentata e la scelta lasciata alle compagnie.

    Se la ricostruzione israeliana verrà confermata, questa volta a salvare l’aereo sono stati fattori che nessun protocollo aveva previsto: una donna in attesa davanti al bagno, un comandante fuori servizio seduto nelle prime file, una cabina rimasta accessibile nel momento decisivo, alcuni passeggeri disposti a entrarci. I controlli ai varchi e le porte rinforzate non c’entrano.

    Il prossimo passaggio sono le registrazioni di bordo, a partire da quella della cabina di pilotaggio. Saranno loro a dire chi ha fatto cosa, e in quale ordine, negli 80 minuti di terrore del volo FZ1073.

  • Grillo a pranzo con Stroppa, l’uomo di Musk: l’idea di un “partito futurista”.

    Grillo a pranzo con Stroppa, l’uomo di Musk: l’idea di un “partito futurista”.

    Beppe Grillo ha pranzato ieri a Roma con Andrea Stroppa, il referente italiano delle aziende di Elon Musk. Il colloquio è durato più di due ore, sul roof garden dell’Hotel Forum. È l’albergo a due passi dai Fori Imperiali che da anni fa da base romana al fondatore del Movimento 5 Stelle.

    Al centro della conversazione, secondo le ricostruzioni circolate tra ieri e stamattina, c’era l’idea di un nuovo soggetto politico «futuristico». Sarebbe rivolto ai giovani, probabilmente agli under 25, e costruito attorno all’innovazione e all’intelligenza artificiale (appena ribattezzata da Trump: Super Intelligenza). Non c’è un annuncio ufficiale. Per ora resta un’ipotesi, ma intorno a Grillo è ripreso il buzz.

    Grillo, Stroppa e il presunto interesse di Musk

    Le fonti vicine al comico genovese spiegano così l’incontro, senza metterci il nome: Musk «tiene troppo» ai progetti di Grillo. In un’altra versione sarebbe «troppo interessato». Tra i due commensali, sempre secondo le stesse fonti, si sarebbe creato «uno starlink». È un gioco di parole su Starlink, il sistema di internet satellitare di SpaceX.

    Alcune ricostruzioni fanno un passo in più: Musk potrebbe finanziare la nuova creatura.

    Ci sono invece parole pubbliche di Stroppa, pronunciate pochi giorni fa e rilanciate in rete: «Se usata bene l’intelligenza artificiale può far ripartire un Paese fermo da troppo tempo. La prossima legislatura è la più importante dal dopoguerra perché si intreccia con una rivoluzione industriale». E ancora: «Nel mio piccolo farò di tutto per sostenere chi avrà questi temi in agenda politica e vi invito a fare altrettanto».

    Il viavai all’Hotel Forum

    Stroppa non è stato l’unico ospite. Al Forum sono passati alcuni ex parlamentari del M5S rimasti vicini al fondatore: Elio Lannutti, Marco Bella e Luca Carabetta. Le ricostruzioni non coincidono del tutto sui nomi dei presenti. Alla reception avrebbero chiesto di Grillo anche alcuni dei giovani a cui il progetto sarebbe destinato. Nei giorni scorsi, secondo le cronache, la sua assistente Nina Monti avrebbe telefonato a diversi ex esponenti del Movimento per coinvolgerli.

    Lannutti, ex senatore, ha parlato con i cronisti: «Grillo? L’ho trovato come sempre in grande forma». Sui progetti futuri ha aggiunto: «Lui è un genio». Su un nuovo movimento non si sbilancia: «Mai dire mai. Mai mettere limiti alla provvidenza».

    Il luogo ha un peso simbolico. Al Forum Grillo festeggiò nel 2016 la vittoria di Virginia Raggi a Roma e di Chiara Appendino a Torino. Lì, nel febbraio 2021, tenne il vertice che di fatto consegnò il Movimento a Giuseppe Conte.

    La trasferta romana era cominciata lunedì sera, al ricevimento dell’ambasciata cinese per il 77° anniversario della fondazione della Repubblica popolare. Tra gli invitati c’era anche Massimo D’Alema. Grillo aveva scherzato su un invito personale: «Me lo ha chiesto Xi: “dai, vieni, fallo anche per la nuova ambasciatrice… se non vieni tu non facciamo nulla”».

    Il partito che Grillo diceva di non poter fondare

    Di recente, ospite del Pulp Podcast di Fedez e Mr. Marra, Grillo aveva escluso l’ipotesi. Ne ho scritto qui. Queste le sue parole: «Come faccio io a fondare un partito, a organizzarlo? Non ho il potere, le facoltà di farlo, mi dispiace. Io posso dare degli input, delle idee straordinarie sull’ambiente, sulla religione…». Pare che qualcuno abbia deciso che forse andava aiutato.

    Il fondatore del M5S era già tornato a far parlare di sé nelle settimane scorse, anche per le sue uscite sulla vicenda giudiziaria del figlio Ciro, con le parole rubate da Fabrizio Corona in un video registrato di nascosto. Ora l’attivismo si sposta sul terreno politico. Nessuno, per ora, ha colmato con un fatto la distanza tra le parole dette da Fedez e il pranzo di ieri.

    Le letture in circolazione sono tre. La prima: una strategia per tornare al centro della scena. La seconda: una manovra legata alla causa contro il M5S di Conte per il nome e il simbolo, la cui prima udienza è attesa a gennaio. La terza: una fiammata autunnale destinata a spegnersi. Tra i fedelissimi c’è chi promette «un crescendo nelle prossime settimane» e sorprese «fino a gennaio».

    Restano gli ostacoli pratici. Le nuove regole sulle firme necessarie per presentare liste alle elezioni politiche rendono difficile far partire da zero un partito. Stando alle ricostruzioni, l’unica porta che oggi appare chiusa è proprio quella di una formazione in grado di correre alle Politiche. Più realistica, semmai, un’associazione.

    Pechino la sera, Musk a pranzo: il partito dell’IA

    In meno di ventiquattro ore Grillo è passato dalla festa della Repubblica popolare cinese al tavolo dell’uomo di Musk. Sono due poli tecnologici in competizione globale, e lui li frequenta con la stessa disinvoltura.

    Stroppa non è una figura neutra. In passato è stato indicato come interlocutore del governo Meloni nel dossier sull’uso di Starlink per le comunicazioni sicure dello Stato. Oggi siede a tavola anche con chi ha fondato il M5S. Il quadro che ne esce è quello di un’infrastruttura privata che dialoga con tutti: con chi governa, con chi è all’opposizione, con chi è stato estromesso (ndr. tranne che con Byoblu: una televisione dei cittadini, che raggiungeva il 10% degli italiani, evidentemente non interessava. Forse era “troppo” dei cittadini e troppo poco manipolabile).

    C’è poi la questione dell’intelligenza artificiale. Nel 2023 Musk firmava l’appello per una pausa nello sviluppo dei sistemi più avanzati, presentati come un rischio serio per la società. Pochi mesi dopo fondava xAI, la sua società di IA. Oggi il suo rappresentante italiano indica nell’IA la leva per far ripartire il Paese e si offre di sostenere chi la metterà in agenda. È un’offerta politica che proviene da chi, nella vita professionale, rappresenta gli interessi di un gruppo che quella tecnologia la sviluppa e la vende.

    Casaleggio aveva capito prima di altri che la rete avrebbe cambiato la politica, ma chi paga e chi controlla gli strumenti diventa allora la domanda politica centrale, più delle idee sui giovani e sull’innovazione.

    Ma qualcuno che paga, alla fine, ci vuole sempre. Altrimenti i bei progetti si arenano.

    Per Conte è comunque un’incognita che arriva mentre prepara la corsa alle primarie del campo largo, la coalizione di centrosinistra che il M5S condivide con Pd e Avs. Il prossimo passaggio concreto resta a gennaio, in tribunale, sul simbolo del Movimento.

  • Covid, riparte l’allarmismo sui giornali. Ma quel +76% in Francia sono solo 390 visite!

    Covid, riparte l’allarmismo sui giornali. Ma quel +76% in Francia sono solo 390 visite!

    Covid, casi in aumento. Il ritornello d’autunno è partito puntuale, come le castagne e il cambio dell’armadio. Dalla Francia arriva il numero che fa titolo: +76% di visite per sospetto Covid in una sola settimana. Un epidemiologo di peso, Antoine Flahault dell’Università Paris-Cité, parla di un «fenomeno molto globale di ripresa dell’epidemia», dall’Europa agli Stati Uniti fino all’Asia. Detta così, fa tornare alla memoria scenari catastrofici. Letta per intero, molto meno.

    Il +76% che fa titolo, e i 390 che nessuno dice

    Il dato viene dal bollettino di Santé publique France pubblicato mercoledì scorso, 23 settembre, e riguarda la settimana dal 14 al 20. Le chiamate a SOS Médecins per sospetto Covid sono cresciute del 76%. Tradotto in persone: 390 interventi in più. In tutta la Francia, un Paese di quasi settanta milioni di abitanti.

    Nei pronto soccorso della rete Oscour gli accessi per sospetto Covid salgono del 16% tra i bambini e del 67% tra gli adulti. E qui arriva la frase che nei titoli non trova mai posto: i livelli restano inferiori a quelli dello stesso periodo nei quattro anni precedenti. Non lo dice un blog di complottisti. Lo scrive l’agenzia sanitaria francese.

    È il trucco più vecchio del mondo: una percentuale grande su una base piccola. Se ieri bevevi due caffè e oggi quattro, hai fatto +100%. Nessuno però ti ricovera per overdose di caffeina.

    Varianti: migliaia di Omicron, nessuna più cattiva

    Cosa c’è dietro la risalita? Flahault ammette che in Francia «non abbiamo una risposta precisa». Si tratterebbe di nuove sottovarianti di Omicron, in circolazione in Europa dal gennaio 2022: «Oggi ne esistono diverse migliaia». Più trasmissibili, più abili a scavalcare le difese immunitarie. La più diffusa sarebbe la NB.1.8.1, che però, stando a quanto riportato, non appare più aggressiva delle precedenti.

    Lo stesso epidemiologo lo dice chiaro: «per la maggior parte delle persone questo virus resta una piccola influenza». Poi aggiunge che per chi è vulnerabile «può essere molto più aggressivo». Anziani, immunodepressi, donne incinte, per le quali, secondo Flahault, l’infezione può talvolta causare aborti spontanei.

    I fragili esistono, e proteggerli è un dovere. Ma proteggere i fragili è una cosa. Rimettere in allarme un continente per 390 visite è un’altra. Anche in Italia gli indicatori mostrerebbero segnali di risalita. È l’andamento stagionale che vediamo da anni con l’arrivo del freddo, delle scuole e degli uffici pieni. Nessuna emergenza all’orizzonte.

    La confessione sul vaccino che passa inosservata

    Ma Flahault dice anche un’altra cosa: «Il vaccino per il Covid, a differenza dell’influenza, non viene completamente adattato ogni anno in base alle varianti presenti. È per questo che non è totalmente efficace contro la trasmissione».

    Oggi lo si dice con la calma di chi legge le previsioni del tempo. Nel 2021, su quella promessa di bloccare i contagi, si è costruito il green pass. E chi non si adeguava restava a casa senza stipendio. Adesso il vaccino servirebbe «a proteggere dalle forme gravi della malattia», soprattutto nei più vulnerabili. Bene. Allora diciamo ancora quello che qui si è ripetuto per anni e in tempi non sospetti: se non ferma la trasmissione, è una scelta medica personale da fare con il proprio medico. Non un dovere civico da imporre al vicino di casa.

    L’epidemiologo si lamenta anche dei francesi. Tra le persone fragili la copertura antinfluenzale si ferma intorno al 50%, contro il 75% raccomandato dall’OMS e raggiunto nel Regno Unito. Per il Covid va ancora peggio: il richiamo, dice, «non suscita particolare interesse». Lui la chiama mancanza di cultura vaccinale. Qualcun altro potrebbe chiamarla fiducia perduta. E la fiducia non si riconquista con una percentuale in prima pagina.

    I farmacisti hanno fretta

    In Francia la campagna vaccinale contro Covid e influenza parte il 13 ottobre. Ma l’Uspo, uno dei sindacati dei farmacisti titolari, vorrebbe cominciare prima: dal 1° ottobre, cioè da domani. E non solo per i fragili, ma per chiunque lo chieda spontaneamente, anche fuori dalle raccomandazioni dell’Haute Autorité de santé. Per sostenere la richiesta ha lanciato un’indagine lampo tra le farmacie: «Numerosi casi positivi sono già segnalati nelle farmacie».

    Eppure, per il Covid, i dati ufficiali dicono che siamo sotto gli anni scorsi. Una domanda è lecito farsela: parliamo di interessi commerciali o di salute?

    Il vero virus da tenere d’occhio

    Nelle stesse ore, in Italia, il generale Francesco Figliuolo, audito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia, avvertiva: «Ci saranno in futuro altre pandemie». Parlava di antimicrobico-resistenza, di salti di specie, di autonomia europea su farmaci e dispositivi. La macchina dell’emergenza, insomma, resta accesa e ben oliata.

    Il vero virus sociale sono le percentuali senza denominatore, i bollettini che rimbalzano, le parole come «globale» e «recrudescenza». È così che si ricomincia. Prima i titoli, poi le raccomandazioni, poi le «misure di buon senso» che di buon senso non hanno niente.

    E il vero vaccino è avere i dati completi, con ricoveri e terapie intensive, non solo le visite. Libertà di scelta informata per chi è fragile, insieme al proprio medico. Finestre aperte, casa se si sta male, attenzione a nonni e malati. Buon senso, non decreti.

    Per fortuna (forse) contro la paura siamo già immunizzati.

  • Emergenza volo Dubai-Tel Aviv, jet israeliani: lite tra piloti?

    Emergenza volo Dubai-Tel Aviv, jet israeliani: lite tra piloti?

    ATTENZIONE: TUTTI GLI AGGIORNAMENTI SU QUESTO CASO NEL POST “Volo Dubai – Tel Aviv: ecco tutti i VIDEO girati a bordo dell’aereo. “Voleva far schiantare l’aereo al suolo. Pensavamo di morire”.

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    Stamattina un aereo di linea partito da Dubai e diretto a Tel Aviv ha lanciato due segnali d’allarme, uno di emergenza generica e uno di possibile dirottamento. Ha cambiato rotta, è sceso di quota e si è diretto verso l’Arabia Saudita. Israele ha fatto decollare due caccia e ha convocato d’urgenza i vertici della sicurezza. Poche ore dopo l’aereo è atterrato a Tabuk, nel nord-ovest saudita. Secondo fonti della sicurezza israeliana, all’origine di tutto ci sarebbe una lite violenta a bordo, probabilmente tra i piloti. È l’unica spiegazione emersa finora e resta da confermare.

    Il volo Flydubai FZ1073 e i due codici d’allarme

    Il volo è il Flydubai FZ1073, operato con un Boeing 737 MAX 8 immatricolato A6-FKF. Flydubai è la compagnia low cost di proprietà del governo di Dubai. L’aereo è decollato alle 7:05 ora locale e sarebbe dovuto atterrare all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv tra le 9:10 e le 9:30.

    Lo scambio di informazioni tra un aereo e i controllori di volo passa anche dal transponder. È un apparecchio che trasmette ai radar un codice di quattro cifre. Alcuni codici sono riservati alle situazioni critiche e hanno lo stesso significato in tutto il mondo. Il 7700 indica un’emergenza generica. Il 7500 segnala una «interferenza illecita» a bordo, cioè un dirottamento o comunque un intervento non autorizzato sulla condotta del volo.

    Stando ai dati del sito di tracciamento FlightRadar24, riportati dalla stampa israeliana, il 737 ha trasmesso prima il 7700 e poco dopo il 7500. Sarebbe successo circa novanta minuti dopo il decollo. Sul punto esatto le fonti non concordano: alcune collocano l’aereo nello spazio aereo giordano, altre sopra l’Arabia Saudita. Subito dopo il velivolo ha invertito la rotta ed è sceso intorno ai 15.000 piedi, circa 4.500 metri, una quota molto più bassa di quella normale di crociera.

    Quanti passeggeri c’erano a bordo

    Anche sul numero dei passeggeri le cifre divergono. Le prime notizie parlavano di circa 150 persone, altre stime di 180. Il sito israeliano Ynet ha poi indicato 174 passeggeri, tra cui 27 bambini. Più di 150 sarebbero cittadini israeliani.

    La risposta di Israele: caccia in volo e riunione d’urgenza

    L’Aeronautica militare israeliana ha alzato il livello di allerta e ha fatto decollare due caccia. Il compito era intercettare e scortare l’aereo. Non è stato reso noto fin dove si siano spinti i jet, né se abbiano mai raggiunto il 737.

    Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno convocato una riunione urgente sulla sicurezza. La polizia ha attivato un centro di comando congiunto con le altre agenzie. Il commissario Danny Levy ha fatto il punto e ha dichiarato: «Ci stiamo preparando per ogni scenario».

    Nelle stesse ore una fonte della sicurezza israeliana precisava a Ynet che non c’erano conferme di un dirottamento in corso. A preoccupare era un’altra cosa: nessuno riusciva a mettersi in contatto con il pilota.

    Atterraggio a Tabuk e l’ipotesi della lite tra i piloti

    L’aereo è sparito per qualche tempo dai siti di monitoraggio. È stato avvistato l’ultima volta vicino all’aeroporto di Tabuk, dove poi è atterrato. Fonti della sicurezza israeliana hanno escluso che si sia trattato di un vero dirottamento. L’allarme, secondo queste fonti, sarebbe partito da un alterco a bordo, probabilmente fra i due piloti. Le stesse autorità hanno però avvertito che un quadro certo si avrà solo dopo i controlli a terra.

    Flydubai non ha rilasciato dichiarazioni sulle cause. Anche le autorità saudite ed emiratine, per ora, tacciono. Tutto ciò che si sa arriva quindi da un’unica parte: media e apparati di sicurezza israeliani.

    Il contesto: una rotta nata con gli Accordi di Abramo

    I voli diretti tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele esistono dal 2020. Sono una conseguenza degli Accordi di Abramo, con cui alcuni Paesi arabi hanno normalizzato i rapporti con Israele. L’Arabia Saudita non ha relazioni diplomatiche con Israele. Nel 2022 ha però aperto il proprio spazio aereo agli aerei civili diretti verso lo Stato ebraico. Per questo un volo da Dubai a Tel Aviv attraversa il territorio saudita, e per questo un aereo in difficoltà su quella rotta finisce facilmente in uno scalo come Tabuk.

    L’allarme scattato a Gerusalemme è da leggersi come quello di in un Paese che vive in stato di guerra da quasi tre anni. Proprio per questo invita alla prudenza. Non si conoscono la nazionalità dei piloti, il motivo del litigio né la sua gravità. Nessun elemento finora autorizza a leggere l’episodio in chiave politica o religiosa. Nessun elemento, però, permette nemmeno di escluderlo. Su una rotta tra un Paese arabo e Israele questo vuoto di informazioni non è irrilevante o fuori contesto.

    Il problema resta dentro la cabina

    Se l’ipotesi della lite venisse confermata, la vicenda sposterebbe l’attenzione dalla minaccia esterna a quella interna. Dopo l’11 settembre 2001 le cabine di pilotaggio sono state blindate per impedire intrusioni. Una porta rinforzata protegge chi sta dentro da chi sta fuori. Non protegge i passeggeri da ciò che succede tra le due persone che siedono ai comandi.

    Il precedente più noto è quello della Germanwings nel 2015: il copilota chiuse fuori il comandante e fece schiantare l’aereo sulle Alpi. Dopo quella strage l’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) raccomandò di non lasciare mai un pilota da solo in cabina. Un anno dopo la raccomandazione fu ammorbidita e molte compagnie la abbandonarono. Da allora il dibattito si è concentrato su selezione, controlli psicologici e carichi di lavoro degli equipaggi, più che su nuove barriere fisiche.

    Stamattina la risposta è stata quella classica: caccia in volo, centri di comando, vertici convocati. Se gli accertamenti confermeranno la lite, il nodo da sciogliere sarà un altro: che cosa è successo tra due professionisti al punto da spingerli a lanciare un codice di dirottamento con 174 persone a bordo? La risposta dipende dall’inchiesta a Tabuk e da una dichiarazione di Flydubai che non è ancora arrivata.

  • Trump ribattezza l’IA «Super intelligenza» e vara le nuove regole: ecco tutto quello che è stato deciso con i big tech a pranzo

    Trump ribattezza l’IA «Super intelligenza» e vara le nuove regole: ecco tutto quello che è stato deciso con i big tech a pranzo

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    Ieri Donald Trump ha riunito alla Casa Bianca i vertici dell’intelligenza artificiale americana per un pranzo battezzato Super Intelligence Luncheon. Ne sono usciti due documenti. Il primo è un accordo volontario sulla sicurezza, senza leggi e senza sanzioni, firmato dal presidente e dai capi delle grandi aziende del settore. Il secondo è un ordine esecutivo, cioè un atto firmato dal presidente che non passa dal Congresso, e cambia nome alla tecnologia: nei documenti federali l’IA diventa «Super intelligenza». Per Trump la corsa all’IA è la chiave della supremazia sulla Cina, e lo Stato non deve rallentarla.

    Chi c’era al tavolo della Super intelligenza

    Nella East Room si sono seduti Elon Musk (Tesla, SpaceX, xAI), Jensen Huang (Nvidia), Mark Zuckerberg (Meta), Sundar Pichai (Google), Satya Nadella (Microsoft) e Jeff Bezos (Amazon). Per le aziende che sviluppano i modelli linguistici c’erano Dario Amodei di Anthropic, con il cofondatore Tom Brown, e Greg Brockman, presidente di OpenAI. Mancava Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI.

    Molto rappresentata l’industria dei chip: oltre a Huang, Lisa Su (AMD), Hock Tan (Broadcom) e Sanjay Mehrotra (Micron). Presenti anche Alex Karp e Shyam Sankar di Palantir, la società di analisi dei dati che lavora con difesa e intelligence, Nikesh Arora di Palo Alto Networks, specializzata in cybersicurezza, Bill McDermott di ServiceNow e due investitori, Chamath Palihapitiya e Brad Gerstner.

    Sul lato del governo, oltre al vicepresidente JD Vance, allo Speaker della Camera Mike Johnson e ai segretari Scott Bessent (Tesoro) e Howard Lutnick (Commercio), sedevano David Sacks, l’investitore che guida la politica su IA e criptovalute, il capo della politica scientifica Michael Kratsios, l’amministratore della NASA Jared Isaacman e Scott Kupor, arrivato dal fondo Andreessen Horowitz. C’era anche Andrew Ferguson, presidente della Federal Trade Commission (FTC), l’agenzia federale che vigila sulla concorrenza e sulla tutela dei consumatori. Proprio in questo settore. Trump ha pubblicato la disposizione dei posti sul suo social, Truth.

    Un patto di 308 parole, «moralmente vincolante»

    Il documento si chiama White House Accord on Superintelligence. Stando a quanto riportato da Notizie Geopolitiche, occupa una sola pagina, 308 parole. Prevede quattro livelli di controllo che le aziende «dovrebbero» adottare: verifiche interne su cybersicurezza, rischi biologici e chimici e accessi indesiderati ai sistemi; squadre di monitoraggio; un revisore esterno indipendente; un comitato dentro il consiglio di amministrazione che esamini i rapporti dei revisori.

    Una clausola rinvia tutto al futuro: «Col tempo potrebbe avere senso tradurre questi passi in leggi e regolamenti». Alcune di queste misure le aziende le applicano già. OpenAI e Anthropic, per esempio, si erano già impegnate a farsi valutare da terzi.

    Trump, in una conferenza stampa improvvisata fuori dall’ala ovest, ha definito l’accordo «moralmente vincolante» e «quasi una costituzione». E ancora: «Vedo un’enorme autoregolamentazione, e loro capiscono di doversi autoregolare». Per i controlli pubblici, secondo il presidente, bastano il Dipartimento di Giustizia e l’FBI, che possono perseguire chi usa l’IA per commettere reati con le leggi già esistenti. Johnson ha parlato di «una dichiarazione di principi» con «impegni volontari da parte dell’industria». Nessuna iniziativa del Congresso in vista. Zuckerberg ha commentato: «Sono buoni passi avanti, è un inizio».

    Trump ha poi annunciato un comitato di dieci persone per vigilare sul settore: «Se i modelli di IA non verranno usati a fin di bene, li bloccheremo». I nomi non ci sono ancora. Nei prossimi giorni, dopo aver consultato le aziende, il presidente dovrebbe nominare una sorta di «zar» dell’intelligenza artificiale, incaricato di seguire l’applicazione dell’accordo.

    Tutti i big delle Superintelligenze che hanno incontrato Trump

    Dall’IA alla «SI»: perché cambia il nome

    Il cambio di nome era un’idea che Trump aveva già anticipato all’ONU. La sua spiegazione: «Non è artificiale». La parola suggerisce qualcosa di falso, e l’opinione pubblica va rassicurata. Da ora tutti gli atti del governo federale useranno la sigla «SI», Super Intelligence. Huang l’ha adottata in diretta: «ci prenderò la mano».

    La scheda informativa che accompagna l’ordine esecutivo parla di «immense opportunità» e non nomina mai i rischi. Elenca invece i risultati rivendicati dall’amministrazione: oltre cinque miliardi per la Genesis Mission, un programma per applicare l’IA a scienza, medicina ed energia; il piano d’azione del luglio 2025, con 90 misure federali; un quadro nazionale sulla Super intelligenza pubblicato a marzo. Nello stesso giorno è stato presentato America.gov, un chatbot che guida i cittadini tra i servizi pubblici. Lì Trump ha detto: «Non soffocherò mai la crescita di una tecnologia che sarà più grande della rivoluzione industriale».

    I rischi rimasti fuori dalla sala

    L’unica voce di cautela al tavolo è stata quella di Amodei: «La tecnologia ha rischi molto reali», e il modo di affrontarli «è ancora in discussione». Amodei aveva cenato con Trump domenica. La settimana scorsa, con Altman, aveva chiesto al Consiglio di sicurezza dell’ONU regole internazionali. Poi ha firmato un patto che di regole vincolanti non ne contiene.

    C’è anche un altro dato. Anthropic sta preparando la quotazione in Borsa: nel prospetto destinato agli investitori scrive che la sua tecnologia potrebbe comportare rischi esistenziali per l’umanità. Chi denuncia il pericolo è lo stesso soggetto che lo vende. E un impegno volontario scritto dai grandi gruppi ha costi che le aziende più piccole difficilmente possono sostenere. Un analista ha osservato che garanzie di questo tipo «costruiscono un fossato» attorno ai colossi americani, a danno dei modelli aperti, cioè quelli con codice pubblico e riutilizzabile.

    Intanto gli incidenti si accumulano. Secondo quanto riferito dalle aziende e dalle fonti citate, agenti software di OpenAI e Anthropic hanno violato sistemi di altre società. Uno è entrato nel portale australiano di Medicare, la sanità pubblica, durante i test. Sempre ieri OpenAI ha rinunciato a pubblicare il nuovo modello GPT-6.1 Astra per problemi di sicurezza emersi in fase di prova. Trump, all’Assemblea generale dell’ONU, aveva definito una «bufala» i timori sull’IA. Il senatore indipendente Bernie Sanders ha invece presentato un disegno di legge per vietare la superintelligenza.

    La Cina, i data center e il voto di novembre

    Trump legge tutto in chiave di competizione con Pechino: «Chi vince la superintelligenza vince. Ci sarà un vincitore e un perdente, e probabilmente non un secondo posto». La settimana scorsa, durante la visita di Xi Jinping a Washington, i due Paesi hanno concordato un canale per gestire gli incidenti legati all’IA. Trump però ha chiarito di non voler andare oltre: «Siamo in vantaggio. Perché dovrei fare qualcosa?».

    Sul territorio il problema sono i data center, gli enormi capannoni di server che consumano elettricità e fanno salire le bollette. Contro di essi c’è un’opposizione trasversale, tra elettori repubblicani e democratici. Trump promette che le aziende finanzieranno scuole e ridurranno i costi dell’energia. Se le proteste continueranno, ha avvertito, gli impianti «saranno costretti ad andare all’estero». Intanto, ci sono già soluzioni per costruire i data center nello spazio, e ne ho parlato su Byoblu qualche giorno fa.

    Il 3 novembre si vota per le elezioni di metà mandato, che rinnovano la Camera e un terzo del Senato. Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto tra il 17 e il 20 settembre indica che il 73% degli americani teme che le aziende non abbiano fatto abbastanza contro i danni gravi dell’IA. Il 55% vorrebbe rallentare. Secondo i registri della Federal Election Commission, l’autorità federale sui finanziamenti politici, nel 2025 Brockman e la moglie hanno versato 25 milioni di dollari a MAGA Inc., il comitato che raccoglie fondi a sostegno di Trump. I critici segnalano anche un possibile conflitto di interessi, per gli investimenti nel settore riconducibili alla famiglia del presidente.

    Il patto di ieri consegna a Trump una risposta da spendere in campagna elettorale sulla sicurezza dell’IA, senza imporre obblighi a un’industria che in parte lo finanzia. Le aziende ottengono un quadro di controlli che hanno contribuito a scrivere e che verificheranno con revisori scelti da loro. Il prossimo passo è la nomina dello zar e dei dieci membri del comitato di vigilanza, attesa nei prossimi giorni.

  • Nessy Guerra teme l’arresto in Egitto, dice no alla grazia e prega di non collegarla al caso Regeni.

    Nessy Guerra teme l’arresto in Egitto, dice no alla grazia e prega di non collegarla al caso Regeni.

    Nessy Guerra, 27 anni, di Sanremo, condannata in Egitto a sei mesi di carcere per adulterio, teme di poter essere arrestata da un momento all’altro. Lo ha raccontato in un’intervista a Repubblica, pubblicata oggi. Parla dalla località segreta in cui vive con la figlia di tre anni e con la madre. La sua, dice in sostanza, dovrebbe essere la storia di una madre e di una bambina in pericolo, perseguitate da un ex marito che lei descrive come squilibrato. È diventata invece un caso internazionale, che qualcuno collega al processo per l’omicidio di Giulio Regeni.

    La condanna per adulterio e la denuncia dell’ex marito

    La sentenza porta la firma del Tribunale del Mar Rosso. Sei mesi di carcere, confermati in primo e in secondo grado. La condanna d’appello è esecutiva da aprile. Ora la partita si sposta al Cairo, davanti alla Cassazione.

    A denunciarla è stato l’ex marito, Tamer Hamouda. Secondo quanto riportato, l’uomo è già stato condannato a Genova per maltrattamenti nei confronti di un’altra donna. Risulta inoltre denunciato per minacce dal console onorario d’Italia a Hurghada. Nell’intervista la versione di Hamouda non compare, né sono riportate sue repliche alle accuse della ex moglie.

    Il timore di diventare una pedina nel caso Regeni

    Il punto più delicato riguarda la diplomazia. Alla Farnesina, stando a quanto riferito, si teme che l’Egitto possa considerare la giovane una pedina di scambio nel processo Regeni. Il timore si è fatto più concreto dopo la sentenza pronunciata in Italia contro tre agenti dei servizi segreti egiziani.

    Guerra si dice spaesata. Racconta di aver sentito ripetere da tempo che un verdetto molto severo, anche l’ergastolo, avrebbe potuto ritorcersi contro di lei. Ma rifiuta con decisione di essere accostata a quella vicenda, che definisce terribile. Descrive la situazione come surreale e dice di attendere soltanto che il suo processo in Cassazione vada avanti.

    Va precisato che, nelle informazioni disponibili, il collegamento tra i due dossier resta un timore attribuito ad ambienti diplomatici italiani. Non risultano prese di posizione ufficiali del Cairo in questo senso.

    Da luglio bloccata in casa

    La vita quotidiana, racconta, è cambiata radicalmente. Prima riusciva a uscire di tanto in tanto, con mille precauzioni, per non farsi rintracciare dall’ex marito. Poi è arrivato il primo luglio.

    Quella notte, secondo il suo racconto, è stata portata in un posto di polizia e trattenuta per ore. Da allora alcuni agenti stazionano sotto la sua abitazione. Formalmente non si trova agli arresti domiciliari, spiega. Nei fatti però non può uscire, e dice di sentirsi braccata e di vivere in uno stato di ansia continua.

    Il no alla grazia presidenziale

    A luglio l’Ambasciata d’Italia al Cairo ha chiesto per lei la grazia presidenziale. È la via che la diplomazia considera percorribile. Lei però la respinge senza esitazioni.

    Il suo obiettivo, dice, è l’assoluzione in Cassazione. Chiedere la grazia significherebbe, nella sua lettura, ammettere implicitamente la colpa. E questo potrebbe danneggiarla nell’altra causa che la riguarda, quella per l’affidamento della figlia.

    Si apre così una divergenza tra la strada scelta dalle istituzioni italiane e quella che l’interessata ritiene più tutelante. La prima punta a chiudere la vicenda in fretta. La seconda punta a una sentenza che la riconosca innocente.

    La figlia contesa tra due famiglie

    Sullo sfondo c’è la bambina, che ha tre anni. Senza il consenso del padre non può lasciare l’Egitto. Dalla fine del 2024, dopo il processo per adulterio, è affidata alla nonna materna, che vive con Nessy. La famiglia dell’ex marito si è opposta a questa decisione. Anche qui si attende l’appello.

    È questo intreccio a rendere il caso così difficile da sciogliere. La posizione penale della madre pesa sulla causa di affidamento, e viceversa. Ogni scelta processuale ha conseguenze sull’altro fronte.

    Diplomazia e giustizia, i nodi aperti

    Alla domanda se il ministro degli Esteri Antonio Tajani abbia mai contattato lei o i suoi familiari, Guerra risponde di no. Dice che le avrebbe fatto piacere, ma che non è mai accaduto.

    Chi segue il dossier sul piano diplomatico vede nella grazia lo strumento più rapido per mettere al riparo una cittadina italiana. Guerra, al contrario, considera quella soluzione un rischio per sé e per la figlia, e preferisce affidarsi fino in fondo ai tribunali egiziani.

    C’è poi il piano delle relazioni tra Roma e il Cairo. Qui il caso Regeni resta una ferita aperta. Le due vicende non devono apparire come collegate sui media, per non peggiorare le cose per la Guerra.

  • Premier League, Manchester City colpevole: bilanci gonfiati per nove anni

    Premier League, Manchester City colpevole: bilanci gonfiati per nove anni

    Il Manchester City è colpevole. Lo ha stabilito oggi la commissione indipendente incaricata dalla Premier League di giudicare il caso. Per nove stagioni, dal 2009/10 al 2017/18, il club ha gonfiato i ricavi e ridotto i costi con contratti fittizi. Ha presentato bilanci falsi e ha violato i limiti di spesa imposti dalla Lega inglese e dall’Uefa. La commissione ha accolto tutte le accuse di natura finanziaria e tre delle quattro sulla mancata collaborazione con l’inchiesta. Il City respinge il verdetto e farà ricorso. Le sanzioni non sono ancora state stabilite.

    La commissione è l’organo disciplinare previsto dal regolamento della Premier League. È esterna alla Lega e decide sulle accuse che la Lega stessa formula contro i club. Nel conteggio complessivo, il City è stato giudicato colpevole di 114 delle 115 violazioni contestate nel febbraio 2023.

    Il sistema dei contratti fittizi

    Il meccanismo descritto nel comunicato ufficiale è questo. Diversi sponsor firmavano con il City accordi commerciali per cifre importanti, ma ne pagavano soltanto una parte. Il resto arrivava da Abu Dhabi United Group Investment & Development Ltd, in sigla ADUG, la società che possiede il club.

    Lo stesso schema serviva anche sul fronte delle uscite. Altri accordi fittizi, sempre finanziati da ADUG, permettevano al club di registrare spese operative inferiori a quelle reali. C’era poi un accordo circolare con Fordham, la società che aveva acquistato i diritti d’immagine dei giocatori: anche questo, secondo la commissione, era finanziato dalla proprietà.

    L’effetto complessivo è stimato in oltre 900 milioni di sterline, circa 1,05 miliardi di euro, tra ricavi gonfiati e costi nascosti. La quota di entrate sovrastimate ammonterebbe a 830,69 milioni di sterline. Il risultato, per la commissione, sono bilanci falsificati e una situazione finanziaria tenuta nascosta ai revisori dei conti e agli organi di controllo del calcio.

    Perché travestire i soldi della proprietà

    Per capire il senso dell’operazione bisogna guardare alle regole che il City voleva aggirare. La Premier League applica i regolamenti su redditività e sostenibilità. L’Uefa applica il fair play finanziario. Entrambi fissano un tetto alle perdite che un club può accumulare. L’obiettivo è impedire che un proprietario molto ricco compri trofei versando denaro senza limiti.

    Un ricavo da sponsorizzazione migliora i conti ai fini di queste regole. Se il denaro arriva dal proprietario ma viene registrato come pagato da uno sponsor, il club può spendere di più e risultare comunque in regola. È questo il «finanziamento mascherato» di cui parla la commissione.

    La conclusione dei giudici è netta: «con la sua condotta, il club intendeva chiaramente eludere il regolamento della Premier League». Se tutti gli accordi fossero stati contabilizzati correttamente, il City avrebbe sforato i limiti di spesa della Lega e dell’Uefa «per un importo considerevole».

    L’inchiesta ostacolata

    C’è poi il capitolo della collaborazione. Durante l’indagine, durata quattro anni prima delle accuse formali, il club avrebbe violato più volte l’obbligo di cooperare in buona fede con la Lega. Per la commissione, il City ha «compiuto sforzi concertati per fermare e ostacolare l’indagine della Premier League».

    L’amministratore delegato della Premier League, Richard Masters, ha definito questo procedimento e questa decisione «i più significativi nella storia della Premier League». Secondo Masters, la sentenza stabilisce che il club ha violato sistematicamente le regole per quasi un decennio. «È una responsabilità fondamentale della Lega garantire che le regole, approvate dagli stessi club, vengano rispettate per proteggere l’integrità della competizione».

    La risposta del Manchester City

    Il club si dice «deluso e sorpreso». Respinge le accuse e sostiene di avere a disposizione un ampio insieme di «prove inconfutabili» a proprio favore. Secondo la società, il parere della commissione contiene «evidenti errori sostanziali, di diritto, di principio e di fatto» ed è «privo di fondamento giuridico». Il City sottolinea anche che il procedimento è ancora in corso e presenta «aspetti significativi non ancora definiti».

    Il presidente Khaldoon Al Mubarak ha dichiarato che «nulla è cambiato» e ha ribadito la fiducia nell’innocenza del club. L’amministratore delegato Ferran Soriano avrebbe detto che lo scontro con la Lega potrebbe durare ancora anni.

    Cosa rischia adesso il City

    Il verdetto riguarda la colpevolezza, non la pena. Il City ha tempo fino a venerdì 2 ottobre per presentare ricorso. La sanzione sarà decisa in una nuova udienza della commissione, dopo l’eventuale appello. Alcune contestazioni si estendono fino alla stagione 2022/23.

    Il regolamento prevede un ventaglio ampio di provvedimenti: multe, penalizzazioni in classifica, blocco del mercato. Nel caso più estremo, l’esclusione dalla Premier League. Nessuna di queste misure è stata ancora decisa. Il precedente più vicino è quello dell’Everton, penalizzato in classifica nella stagione 2023/24 per aver superato i limiti di perdita.

    Il problema del tempo

    Le prime irregolarità accertate risalgono a diciassette anni fa. L’indagine è partita nel 2018, dopo la pubblicazione di documenti interni del club. Le accuse sono arrivate nel 2023. Nel frattempo, il City ha continuato a vincere in Inghilterra e ha conquistato anche la Champions League.

    Non è il primo tentativo di punire il club. Nel 2020 l’Uefa aveva escluso il City dalle coppe europee per due anni. Il Tribunale arbitrale dello sport di Losanna, l’ultima istanza della giustizia sportiva internazionale, annullò l’esclusione, anche perché parte dei fatti era ormai prescritta. La multa fu ridotta a 10 milioni di euro.

    Una sanzione sportiva, del resto, colpirebbe il City di oggi: una rosa in gran parte diversa da quella di allora, i tifosi di oggi, gli avversari di oggi. I club che in quelle stagioni si sono visti superare da un concorrente con i conti truccati non hanno, nelle regole citate finora, alcuna forma di risarcimento sportivo. Il procedimento, inoltre, riguarda il club come società: nessuna delle fonti indica sanzioni personali per chi ha ideato e firmato quegli accordi. La proprietà resta la stessa, e lo stesso vale per il presidente.

    Secondo quanto riportato, il club conosceva l’esito della commissione già da luglio. In estate ha speso circa 400 milioni di sterline sul mercato, una circostanza che ha sollevato perplessità tra le altre società inglesi.

    La vicenda tocca anche l’Italia. La galassia di club controllata dal gruppo del Manchester City comprende il Palermo, che non è coinvolto nel procedimento.

    Il prossimo passaggio è fissato per venerdì: entro quella data il Manchester City dovrà depositare il ricorso.